Che cosa hanno in comune realtà come Disney, Puma, Mattel, Crocs, AC Milan?
Sono solo alcuni esempi di grandi aziende che, negli ultimi 12 mesi, hanno creato ex novo o riorganizzato le funzioni marketing per rendere più centrali e strategiche le figure responsabili del branding.
È un segnale organizzativo rilevante che sto notando da tempo, e penso che abbia una spiegazione piuttosto chiara: l’esplosione dell’AI, soprattutto nel marketing, ha standardizzato contenuti, comunicazione e, in generale, il racconto dei brand.
Quando tutti comunicano allo stesso modo
Consumatori e clienti, che sono molto più consapevoli di quanto si pensi, iniziano ad accorgersene ed essere sempre meno sensibili a una narrazione che sta diventando piatta e intercambiabile. Tradotto, se il valore “mettiamo il cliente al centro” viene raccontato nello stesso modo da una banca leader mondiale e dalla salumeria di mia zia Cesira, abbiamo un problema.
È sempre più difficile distinguersi e sicuramente non basta più la scappatoia creativa di “hey LLM, mettici più wow effect”. Perché, spoiler, per i vostri creativi artificiali lo wow effect è la risposta statisticamente più probabile e in linea con le aspettative della massa. Tutto meno che wow.
Da Brand Manager a macchina da lead
La soluzione, per fortuna, c’è e c’è sempre stata; solo, negli ultimi anni è finita un po’ in naftalina. Bazzico il mondo del marketing corporate da una decina d’anni abbondante, e ho osservato con curiosità, in prima persona, l’evoluzione del ruolo.
Prima c’era il Product/Brand Manager che curava tutte le attività di marketing di uno specifico prodotto: sviluppo d’offerta, trade, social, ADV, eccetera. Poi il PM è diventato una figura molto più tecnica, relegando il resto a figure di “Marketing-tutto-e-niente”, che di fatto erano Comunicazione e Digital ante litteram. Poi il Digital è esploso e si è frammentato in tremila specializzazioni diverse (Growth, Performance, Programmatic…): tutte funzioni verticalissime, con l’etichetta “Marketing” a fianco e votate all’altare del ROI e della lead generation.
Perché oggi la performance non basta più
Persone e aziende sono più attente a dove mettono soldi e budget, sempre più consapevolezza digitale e sempre più sotto bombardamento continuo di stimoli e contenuti. E quindi come può un’azienda distinguersi in questo vortice?
Con l’autenticità, con un posizionamento chiaro, uno storytelling coerente, dei valori reali e dimostrati concretamente. In una parola, col branding.
Siamo animali che raccontano storie
L’uomo è l’unico animale che sa raccontare storie. È una tradizione vecchia come la nostra specie, dai racconti di caccia e i miti sulle divinità intorno al fuoco. Nei millenni la nostra natura non è cambiata, e oggi più che mai abbiamo ancora bisogno di raccontarci e di ascoltare grandi storie ed emozionarsi.
E, se c’è una funzione aziendale che deve necessariamente occuparsi di creare e raccontare grandi storie, questo è il marketing. Stiamo tornando al nostro compito originale ed abbiamo il dovere di portare attorno al tavolo delle riunioni (il nuovo falò) le reali, autentiche storie che i nostri brand possono raccontare. Non dobbiamo più pensare solo a strategie massive per “generare lead” e sparare contenuti su più social possibile per aumentare “la reach”: siamo di fronte a una nuova giovinezza del branding, ben venga e vivaddio!
Dobbiamo essere sempre più capaci di capire le storie che il nostro pubblico vuole sentire e di trovare i modi più autentici di raccontarle e far scattare qualcosa per creare un legame emotivo, e non più solo commerciale, con chi interagisce con noi.
Dobbiamo essere sempre più capaci, oggi più che mai, di curare i nostri brand.
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